Il nuovo libro di Paolo Trapani immagina una Napoli capace di reinventarsi, libera dagli stereotipi e protagonista delle proprie scelte. Un racconto che usa la narrativa per interrogare il presente e aprire scenari possibili sul futuro della città.
Il suo libro immagina una Napoli capace di reinventarsi. Da dove nasce questa esigenza narrativa?
L’idea nasce dalla volontà di guardare alla città con occhi diversi. Napoli viene spesso raccontata attraverso i suoi problemi o attraverso stereotipi consolidati. Ho voluto invece immaginare uno scenario in cui i cittadini diventano protagonisti delle proprie scelte, assumendosi responsabilità e sfide che normalmente vengono attribuite ad altri livelli istituzionali.
Nel romanzo la città conquista l’autonomia senza ricorrere allo scontro. È una scelta simbolica?
Assolutamente sì. Mi interessava raccontare la forza delle idee piuttosto che quella dei conflitti. Il cambiamento che immagino nasce dal consenso, dalla partecipazione e dalla capacità di una comunità di riconoscersi in un progetto comune. È una rivoluzione culturale prima ancora che politica.
Quanto pesa il concetto di identità nella costruzione di questa Napoli del futuro?
L’identità è il punto di partenza, ma non il punto di arrivo. Non la considero un esercizio nostalgico. Al contrario, penso che conoscere le proprie radici serva a costruire una visione più consapevole del domani. Nel libro l’orgoglio di appartenere a una storia millenaria diventa energia per immaginare nuove possibilità.
Lei immagina anche nuove forme di partecipazione civica. Cosa la affascina di questi modelli?
Mi interessa l’idea di una politica più vicina ai cittadini. Le grandi città rischiano spesso di creare distanza tra istituzioni e persone. Ho immaginato strutture che favoriscano il coinvolgimento diretto dei quartieri e delle comunità locali, recuperando in chiave moderna alcuni principi della tradizione civica napoletana.
Nel libro tradizione e innovazione convivono. Quanto è importante questo equilibrio?
È fondamentale. Una città come Napoli possiede un patrimonio culturale straordinario che non può essere considerato soltanto memoria. Ho voluto mostrare come elementi fortemente simbolici possano dialogare con strumenti e linguaggi del futuro, creando una sintesi originale tra passato e modernità.
La scelta di ambientare la storia nel 2034 ha un significato particolare?
Sì, perché volevo stabilire un collegamento ideale tra diverse stagioni della storia napoletana. Credo che il passato non debba essere vissuto come un museo immobile, ma come una risorsa capace di suggerire domande e prospettive per il presente e per il futuro.
Che tipo di dibattito spera possa nascere tra i lettori?
Mi piacerebbe che il libro stimolasse una riflessione sul concetto di cittadinanza. Al di là della trama e degli elementi fantastici, il vero tema è capire quanto ciascuno di noi sia disposto a contribuire alla crescita della propria comunità.
In una definizione, come descriverebbe quest’opera?
La definirei un esperimento narrativo. È un racconto che utilizza la fantasia per parlare di temi reali: identità, partecipazione, senso di appartenenza e capacità di immaginare il futuro. Una provocazione culturale che invita Napoli a pensarsi non come periferia, ma come centro di nuove possibilità. Questa versione mantiene i temi centrali dell’articolo originale ma presenta domande, ritmo e formulazioni differenti, riducendo il rischio che venga percepita come un semplice adattamento del testo di partenza.


