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15 Aprile, 2024

Il “J’Accuse” di Pietro Busetta: “Il lupo e l’agnello. Dal mantra del Sud assistito all’operazione verità”. Un libro da leggere, meditare ed approfondire



Nello stesso modo in cui tramite il suo celeberrimo articolo del 1898, J’Accuse…!, lo scrittore francese Èmile Zola puntava il suo dito accusatore contro l’antisemitismo delle classi dirigenti francesi per l’“Affaire Dreyfus”, nel 2021 l’economista siciliano Pietro Massimo Busetta punta il suo dito accusatore contro lo politiche sperequative e discriminatorie attuate dalle classi dirigenti nazionali in combutta con quelle estrattive locali a danno dei bisogni e dei diritti disattesi e limitati dei 21 milioni di cittadini italiani residenti nel Sud della penisola italica.

Dopo avere evidenziato nel suo precedente libro, Il coccodrillo si è affogato, le conseguenze negative che le politiche di cancellazione del Mezzogiorno hanno avuto sull’intero sistema Paese, nel suo ultimo saggio,

Il lupo e l’agnello. Dal mantra del Sud assistito all’operazione verità, Busetta ricorre alla metafora tratta dalla favola di Fedro per sottolineare che sin dalle origini del processo di unificazione nazionale l’“Agnello” Mezzogiorno è stato vittima delle politiche di spoliazione coloniale promosse dal “Lupo” Nord.

Rivendicato il diritto all’esercizio dell’“eresia”, ossia alla libertà di critica del “pensiero dominante” relativo al “mantra del Sud assistito”, l’economista siciliano esplicita sin dall’inizio la tesi di fondo da lui di seguito rigorosamente ed ampiamente documentata ed argomentata sia sul piano storico che su quello economico-politico.

Il filo rosso – scrive Busetta – sul quale si svolge tutto il lavoro riguarda la convinzione che le colpe del mancato sviluppo di quest’area devono essere addebitate a chi ha avuto il volante di questo paese, a chi è stato veramente nella sala di comando. A coloro i quali hanno determinato le politiche che hanno riguardato tutte le decisioni più importanti che il Paese negli anni ha adottato. Una responsabilità che ha portato il Paese in un vicolo cieco, con teorie che si sono dimostrate assolutamente sbagliate. In particolare, la più importante: che bisogna investire sulla locomotiva del paese, che avrebbe poi trascinato tutto il resto. Non è successo! Anzi il fatto di non aver messo a regime una parte ha fatto sì che anche l’altra si sia fermata”.

Dunque, secondo Busetta, se il Mezzogiorno è in ritardo di sviluppo è tutta colpa del Nord? La responsabilità dello storico divario Nord-Sud è da lui imputata soltanto alle classi dirigenti nazionali in combutta con quelle settentrionali? La sua tesi non è niente altro che la versione rovesciata e speculare della tesi di matrice leghista: “È tutta colpa del Sud?”. Ed ancora, Il lupo e l’agnello è l’ennesima requisitoria critica frutto di un meridionalismo rivendicativo privo di elementi propositivi? 

Niente di tutto questo, in quanto, non solo, come si è già accennato, nella prima parte del suo stimolante libro, quella dedicata alla ricostruzione storica della genesi e degli sviluppi della questione meridionale, l’economista siciliano mette sul banco degli imputati anche le classi dirigenti meridionali, da lui stesso definite come “classi dominanti estrattive”, che, a suo parere, nell’anteporre i propri interessi e quelli dei propri “clientes” al perseguimento del bene comune, risultano essere del tutto organiche alle politiche di spoliazione del Meridione, ma, dopo avere tracciato un quadro di sintesi delle “grida nel deserto”, dalla Svimez all’“operazione verità del Quotidiano del Sud, nella seconda parte del suo articolato volume, Busetta illustra anche le possibili “soluzioni” dell’ancora oggi persistente divario Nord-Sud.

Di certo, la ‘terapia’ proposta dall’editorialista del Quotidiano del Sud non  consiste in una ricetta semplicistica da prontuario standardizzato valida per tutti i tipi di problemi, bensì consiste in un piano di intervento articolato e complesso, come è articola e complessa la ‘malattia’ da curare, la “nuova questione meridionale”.

Un piano ‘terapeutico’, che rispetto all’obiettivo di garantire lo sviluppo del Mezzogiorno in un’ottica euro-mediterranea, obiettivo misurato dallo stesso Busetta nella creazione di circa 3 milioni di posti di lavoro, fa leva sull’uso dei fondi comunitari e sulla perequazione di quelli ordinari, sugli investimenti in infrastrutture – porti, retro-porti, Ponte sullo Stretto di Messina –, sulle Zone Economiche Speciali, sia manifatturiere che turistiche, sulle riforme di sistema – giustizia, pubblica amministrazione, fisco –, sui centri di eccellenza per la formazione e la sanità e sui grandi eventi sportivi e culturali.

Rispetto all’attuale saggistica sulla” “nuova questione meridionale”, il contributo di Busetta non si caratterizza soltanto per offrirne dal punto di vista epistemologico una sintesi critica interdisciplinare che spazia dall’economia alla sociologia, passando per la storia, la statistica e la politologia, ma, dal punto di vista precipuamente politico, si caratterizza anche per il fatto che pone in modo esplicito, rigoroso, chiaro e diretto la domanda sul soggetto politico che dovrebbe impegnarsi per unificare le “due Italie”.

Così facendo, il combattivo economista siciliano offre un contributo critico significativo a quella che potrebbe essere definita la ‘rivoluzione copernicana’ in ambito meridionalista: dalla centralità del cosa fare a quella del chi deve fare cosa. Un problema a cui, purtroppo, ancora oggi non è stata data una risposta concreta sul piano politico-organizzativo ed elettorale.  

         

    

   



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