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Essere tristi a Napoli è impossibile. E i napoletani mettono di buon umore

Questo articolo fa parte di una serie di articoli dedicati alla città di Napoli, dagli occhi di chi la vive ogni giorno per lavorarci e incontra sempre anime meravigliose sul suo cammino.
Se non avete letto il primo articolo, vi consiglio di cliccare qui .

Questa città non dà tregua. Napoli non dà tregua.
Ogni giorno che passa appunto cose, segno piccole note per non dimenticare di scrivere parti importanti, eppure non sono mai abbastanza.
E così eccomi di nuovo a pensare a come a Napoli, effettivamente, il malumore dura poco.
E questo da un lato è positivo, dall’altro un po’ meno: un po’ meno perché a Napoli non puoi camminare distratto, nei tuoi pensieri, a commiserarti per le buone ragioni che hai di stare intossicato: per un motivo o per un altro, bisogna stare attenti.
La prima cosa a cui avete pensato sono le rapine lo so. I cosiddetti scippi. Ma la verità è che altre cose ti succedono intorno mentre cammini per Napoli a cui pure se non vuoi, ci devi fare attenzione.

Innanzitutto se cammini distratto, inciampi e cadi.
Le strade al Centro Storico sono storte, l’asfalto è messo male o non c’è, i tombini sono obliqui o non ci stanno proprio, i marciapiedi sono pieni di bancarelle e di gente, e anche di cose che non ci dovrebbero stare perciò una linea retta non la puoi seguire e quindi già solo per fare zig zag un po’ di attenzione nel passo ce la devi mettere, in più non dimenticate che marciapiede o no, bisogna schivare i motorini.

I vicoli con i sanpietrini sono i peggiori, micidiali. Questo tipo di pavimentazione mi è personalmente insopportabile. Alla fine i sanpietrini si rompono sempre, si incastrano storti e mentre controlli l’orologio ti ritrovi non sai come a faccia a terra imprecando le dinastie borboniche.
La seconda cosa che ti tiene all’erta e ti toglie il malumore, per quanto mi riguarda, è la sfacciataggine del napoletano medio. Una ragazza che gira per Napoli per alcune ore riceve almeno una o due postegge, qualche complimento sfacciato, delle avances di diverso tipo. Eliminando oggi la distinzione tra quelle fastidiose e quelle divertenti e riducendo il tutto a sole due categorie, direi che un sorriso te lo fanno venire comunque e quindi, anche se per poco, penserai alla faccia di quel muratore col suo panino con la mortadella in mano, abbronzato a mezzo busto, che ti dice ‘Mammamì comm si bell, m par n’attrice americana.’
Il mito dell’americano = migliore è ancora molto sentito nella nostra cultura popolare.

Ma torniamo a noi. Ai miei eroi quotidiani del Centro Storico si è aggiunto il venditore ambulante di calzini.
Questa figura è solita muoversi nelle metropolitane o nelle stazioni ma ultimamente lo vedo che si avvicina ai turisti della piazza diciamo un giorno sì e uno no. Alto, notevolmente grasso, sudato, senza capelli e glabro, con la sua busta enorme e azzurra sulle spalle, piena di calze e calzini femminili, maschili, neri, bianchi, blu, lunghi, corti, eccetera. Il venditore si avvicina dicendo:
Buongiorno signora, calzini? Anche a rate eh, non è un problema.
Nono, grazie.
Ti posso dire due parole, tu sei del sud vero? Sei come me, si vede.
A quel punto è critica, perché se la risposta è positiva allora parte un Si vedeva subito che tenevi l’anima meridionale. Senti io lo so che non ti servono i calzini però pure una piccola offerta, è una cosa che ti ritrovi, che numero porti? Li tengo di tutti i colori, meglio questo che andare a rubare, o no?
E’ meglio? Io penso che dipende da quanto è la camorra a volere che fai quello che fai, a quanto quei tre figli che dici di avere a casa ne ricaveranno di buono da un padre che ”non ruba”, nel senso convenzionale del termine.
Comunque dicevamo che la situazione si complica ma neanche tanto se il capitato non è del sud: ‘Non si direbbe, sei partenopeo dentro allora, perché massimo putiv’ esser e Latina. No, no, Pisa non ci credo proprio.’ E riattacca da capo.
Per una logica che non ha potuto non farmi sorridere, essere meridionale per lui è sinonimo di buono, di migliore. Le sue parole mi hanno fatto sentire un po’ l’americana della situazione.

Forcella, 29 luglio 2018
Forcella, 29 luglio 2018

L’altro giorno Roberto (uno dei responsabili del museo) ha salutato un altro venditore ambulante che gridava per la via ‘GOLIADOR, CARAMELL, LIQUIRIZIEEEE’.
Magro, calvo pure lui, abbronzato ma meno sudato camminava velocemente, quasi di corsa.
Quando Roberto mi ha visto ridere ha detto:
A lui non lo conosci?

No, chi è?

Quello è Saverio, vende quello che gli capita. L’altro giorno girava coi pacchi di Giotto 36.
I pastelli?

Pure i pennarelli. Quello va al mercato, all’ingrosso, piglia quello che trova e poi se lo rivende.

Qualcuno lì vicino che ci stava ascoltando ha aggiunto: ‘Si fa minimo 100 euro al giorno a fa’ accussì, finisce chell ca ten mman’ e si ritira a casa. Io per farmi 100 eur, aggia stà annanz a nu furn 24 or”.
Antonio fa il pizzaiolo. Viene sempre col suo collega Pasquale a fare la pausa in piazza. Si siedono, si fumano una sigaretta e chiacchierano.
In divisa da cucina, pieni di farina, coi copricapi bianchi, sporchi di sugo io li riconosco da lontano. Antonio è pizzaiolo da dieci anni, tiene la vespa, lavora come un mulo tutti i giorni, non sa quando avrà le ferie perché ha appena cambiato lavoro, prima stava in una pizzeria sul lungomare.
Pasquale invece è più piccolo, lavora in cucina, Antonio dice che è il suo ‘capo’. Non ho capito ancora bene perché, ma penso che il ristorante sia di qualche parente di Pasquale o qualcosa del genere.
Lavorano assai: qualsiasi turno io abbia, loro ci stanno sempre e ad ogni pausa, prima di andarsene, mi chiedono se voglio una pizza. Non so quanto ancora resisterò a dire di no.

Eccoci arrivati a lui, l’incognito, l’onnipresente.
L’altro giorno l’incognito stava seduto al posto suo a disegnare. Peppino suonava e la gente faceva i video. Ad un tratto si avvicina una ragazza e indicando il muretto su cui sta seduto gli fa ‘Posso sedermi?’, lui non alza nemmeno gli occhi dal foglio, allora la ragazza alza la voce: ‘Posso sedermi qui?’ e lui alza lo sguardo e non risponde, poi fissa lo spazio indicato dalla ragazza che intanto fa ‘Posso?’ e allora lui la guarda e dice ‘Sì.’
Ero così stupita che mi quasi mi aspettavo succedesse qualcosa, che qualcuno gli chiedesse ‘MA ALLORA TU PARLI?’ come volevo fare io in realtà, ma poi sono stata zitta.
E quindi l’incognito non è muto. Adesso quando mi vede mi saluta e sorride, però dice solo ciao e buongiorno, tutti lo lasciano in pace e lui ascolta silenzioso gli altri che parlano, sorride ogni tanto, grato della sua quiete come noi gli siamo grati che ci sia.
Nessuno lo ha ancora chiamato per nome e a me non dispiace che sia ancora il mio incognito.



Don Gaetano dà da mangiare ai piccioni con quello che trova nell’immondizia, lo conoscete già. Le mani se le lava. Oggi ha preso una bottiglia d’acqua (dall’immondizia stessa) semivuota e se l’è rovesciata sui palmi a turno, bagnandosi anche i vestiti.
Ho scoperto anche che è un tipo litigioso, molto irascibile.
Negli ultimi giorni l’ho visto adirarsi e gridare contro:
1. La cartina affissa fuori la basilica
2. I mutilati di guerra della sua immaginazione
3. Una busta di plastica per terra
4. Un vaso per le piante.
Non capisco mai bene quello che dice, ma vi giuro che lui è sempre serissimo quando lo fa. Poi la rabbia scompare com’è venuta e lui torna quieto e pacifico.

Quando mi trovo di fronte a questi esseri umani, io mi sento disarmata. La mia intelligenza, i miei ragionamenti, i miei esami, la mia razionalità si dissolvono completamente nell’impotenza di donargli un minimo sorriso, e nell’assurda necessità di dargli qualcosa di buono. Come con Beatrice, per la quale avrei fatto smettere di piovere se avessi potuto.
Oggi don Gaetano si è arrabbiato di nuovo, poi d’improvviso, mentre gridava parole incomprensibili, si è interrotto, si è chinato per terra e ha sollevato una carta rossa, quella delle caramelle Rossana. Se l’è messa davanti agli occhi reggendola con ambo le mani e ha cominciato a ridere. Come un bambino. Vedeva il mondo tutto rosso, mi guardava attraverso la carta e rideva.
Ovviamente io mi sono commossa.
Quand’ero bambina mia nonna me lo faceva sempre, io però non ho mai riso così tanto come Gaetano, forse avrei dovuto?

Don Gaetano, 29 luglio 2018
Don Gaetano, 29 luglio 2018

Napoli corre veloce, corre più veloce dei miei appunti, già stracolmi delle storie successive, corre veloce verso le sue mete, piena dei minuscoli passi di ognuno di noi che la percorre.
E’ don Gaetano oggi che conclude le mie storie, con la sua fotografia che mi riempie molto di più di quanto altre mille parole potrebbero fare.

Glossario

  • Posteggia: posteggiare significa rimorchiare qualcuno, la posteggia è l’atto;
  • Mammamì comm si bell, m par n’attrice americana: Mamma mia come sei bella, mi sembri un’attrice americana;
  • Perché massimo putiv’ essere e Latina: perché al massimo potevi essere di Latina;
  • A fa’ accussì, finisce chell ca ten mman’ e si ritira a casa: Facendo così, finisce quello che ha da vendere e torna a casa;
  • Aggia stà annanz a nu furn 24 or: Devo restare davanti a un forno 24 ore.
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