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8 Settembre, 2026

Busetta: “Landini il bolognese e la CGIL, quando l’uguaglianza finisce al Po”

Tranne rari e sporadici riferimenti alla nuova questione meridionale da parte di sparuti rappresentanti delle élites nazionali, perlopiù, il tema è stato letteralmente rimosso dalle agende di tutte le forze politiche e sociali nazionali, che, invece, da decenni, inseguono la Lega Nord sul terreno di una sedicente “questione settentrionale”.
Se del Gap Nord-Sud si parla poco e niente, nel 2001 ogni riferimento al Mezzogiorno è stato persino cancellato dalla carta costituzionale, ecco, invece, che, quando si parla di investimenti per le grandi opere infrastrutturali da realizzare nel Meridione, subito scattano le campagne di mobilitazione contro.
E’ quanto ha fatto dal Segretario generale della CGIL Maurizio Landini, il quale a nome dell’organizzazione sindacale ha inoltrato alla “Corte dei Conti un esposto per chiedere di accertare se nella gestione del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina siano stati impiegati correttamente i soldi pubblici o se vi siano i presupposti di danno erariale” (Tecnica della Scuola, 27 luglio 2026). 
Sul tema è intervenuto l’economista Pietro Massimo Busetta, uno dei maggiori esponenti del meridionalismo contemporaneo.
C’è una domanda – scrive Busetta sui suoi profili socialche Maurizio Landini e la CGIL continuano a evitare: perché ogni volta che si propone un grande investimento nel  Mezzogiorno scattano allarmi, mobilitazioni e campagne di opposizione, mentre davanti alle grandi opere del Centro-Nord il silenzio è quasi assoluto?“.
Dov’erano – prosegue l’economista siciliano – quando si finanziavano Expo Milano, le Olimpiadi Milano-Cortina, il Passante di Bologna, la Torino-Lione, il tunnel del Brennero, le metropolitane delle grandi città del Nord o le decine di miliardi investiti in infrastrutture concentrate nelle aree economicamente più forti del Paese?“.
In quei casi – sottolinea – non si parlava di ‘sprechi’, di ‘priorità sbagliate’, di ‘soldi da destinare alla sanità’. Quelle opere erano considerate investimenti necessari per la competitività dell’Italia“.
Quando invece – prosegue Busetta – si parla della Sicilia o del Mezzogiorno, improvvisamente cambia tutto. Le infrastrutture diventano un lusso, la modernizzazione una colpa, lo sviluppo un favore immeritato”, per poi sottolineare “È una concezione che tradisce la missione storica di un sindacato. La CGIL nasce per ridurre le disuguaglianze, non per cristallizzarle. Difendere i lavoratori significa anche difendere il loro diritto a vivere in territori collegati, competitivi e capaci di attrarre investimenti“.
Quale prospettiva – si chiede Busetta – offre oggi la CGIL ai giovani siciliani? Continuare a emigrare? Accettare collegamenti ferroviari tra i più lenti d’Europa? Rinunciare alle infrastrutture che potrebbero ridurre il divario con il resto del Paese?“.
Non si può parlare – incalza – di giustizia sociale ignorando la più grande ingiustizia italiana: quella territoriale. Il Mezzogiorno paga da decenni un deficit infrastrutturale enorme. I cittadini e le imprese sopportano costi aggiuntivi per la mobilità, la logistica e i trasporti che frenano lo sviluppo e alimentano la fuga di giovani e imprese. Eppure, quando finalmente si discute di un investimento strategico, c’è sempre qualcuno pronto a spiegare che quei soldi dovrebbero andare altrove“.
Questo – precisa l’accademico palermitano – non è equilibrio. È il riflesso di una cultura politica che considera normale investire dove c’è già tutto e discutibile investire dove manca quasi tutto. La CGIL dovrebbe essere il sindacato di tutti i lavoratori italiani. Quando però le sue battaglie sembrano coincidere sistematicamente con gli interessi delle aree già più forti del Paese, è inevitabile che molti lavoratori meridionali si chiedano se quel sindacato rappresenti davvero anche loro“.
L’Italia – sottolinea – non diventerà più giusta impedendo al Sud di recuperare il ritardo accumulato. Diventerà più giusta quando avrà il coraggio di garantire gli stessi diritti di cittadinanza, le stesse opportunità e le stesse infrastrutture da Bolzano a Lampedusa”.
Fino ad allora, – conclude Busetta – ogni ‘no’ pregiudiziale allo sviluppo del Mezzogiorno, da chiunque provenga, finirà per alimentare quella frattura territoriale che, a parole, tutti dicono di voler combattere“.

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