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18 Aprile, 2024

Alcune considerazioni sul problema INVALSI – di Giuliano Laccetti



La Redazione del “Vesuviano News” riceve dal Prof. Giuliano Laccetti e ne pubblica di seguito nella versione integrale un suo articolo di approfondimento sull’uso delle prove INVALSI.  

Si riapre il problema annoso dei test Invalsi, del loro “valore”, del loro uso. Recentemente Flc-Cgil, Usb Scuola, Cobas, e tante altre associazioni (Roars, Agorà 33, tra le altre) hanno avanzato un “reclamo” al Garante della Privacy, per il pericolo, gravissimo, che i risultati dei test Invalsi, obbligatori e da allegare al curriculum dello studente, anche insieme con il diploma di maturità, possano essere resi noti o comunque noti ad alcuni (scuole, ministeri, e altri).

Il problema è serio. I test Invalsi sono nati per dare indicazioni “nazionali”, non sono e NON DEVONO ESSERE test per valutare i singoli studenti. Lo studente, inoltre, non ha nessuna difesa: non sa perché è stato giudicato in un certo modo (in maniera automatica, peraltro, senza intervento di “giudici” umani); non può sapere se/dove/cosa ha sbagliato; non potrà mai (così sembra) cancellarsi di dosso un eventuale bollino di insufficienza, impreparazione, fragilità, o come diavolo si possa chiamare.

Ancora. Anch’essa recente (vecchia di anni, ma che si ripropone, pari pari, ogni anno) la questione: ci sono studenti, in genere al Sud, con voti di maturità alti o molto alti, a fronte di insufficienti risultati nelle prove Invalsi. E di qui le (non tanto velate) accuse ai docenti delle commissioni del Sud, che mettono voti “fuori norma” (già, perché si stabilisce che i voti “corretti”, più veritieri, siano quelli ottenuti alle prove Invalsi. Chissà perché? Non c’è motivazione alcuna). Solita questione del familismo amorale nel Mezzogiorno, richiesta di abolizione del valore legale del titolo di studio, insomma, tutto l’armamentario, di nome e di fatto, reazionario e di destra!

Senza neanche un dubbio, un “caveat”, una riflessione, in genere si stabilisce, in sequenza: i test Invalsi misurano bene la qualità degli studenti; gli studenti del Sud non possono che essere meno bravi di quelli del Nord; gli insegnanti del Sud premiano incapaci; è una ingiustizia.

Non serve che altri autorevoli accademici, come a esempio Gianfranco Viesti, si siano già chiesti in tempi passati: ma sono di manica larga gli insegnanti al Sud, o, chissà, non sono davvero bravi gli studenti del Sud? Io, in aggiunta, mi chiedo: un voto più “basso” perché dovrebbe essere garanzia di maggiore “severità” e addirittura di maggiore “qualità” complessiva? Nessuno mi ha mai saputo/voluto rispondere.

Un ex-presidente Invalsi, l’autorevole pedagogista Benedetto Vertecchi, sostiene che la valutazione di uno studente è tanto altro, non certo il saper rispondere a quiz solo su tre “materie”, per giunta. Di qui, davvero stupefacente, ma, ripeto, abituale e ormai garantita, levata di scudi di soliti moralizzatori sui media, (pseudo)politici e amministratori regionali di tutte le regioni del Nord, che chiedono “giustizia” per i “loro” studenti, che verrebbero così danneggiati in concorsi, premi, scelte di università, e altro.

La tesi, riassunta sinteticamente, è che se gli studenti del Sud hanno voti più alti nella maturità, e quelli del Nord ottengono risultati migliori nelle prove Invalsi, le valutazioni degli esami di Stato non sono veritiere poiché poco attendibili al confronto con l’affidabilità di prove standardizzate, uguali in tutta Italia. Io però mi chiedo: perché il presunto differenziale negativo di preparazione non viene utilizzato, COME DOVREBBE ESSERE, per sostenere la necessità di politiche scolastiche perequative, che significherebbe più attenzione e più risorse al Sud, e invece si tira in ballo la questione SOLO per tutelare i poveri maturandi del Nord, danneggiati dai più facilitati colleghi del Sud?

Ma c’è di peggio. La direzione intrapresa sembra essere quella opposta a quella ragionevole ed intelligente di far “crescere” chi eventualmente è più indietro. Con le oscene richieste di autonomia differenziata delle regioni “ricche del Nord”, per la Scuola in particolare si sta chiedendo in maniera «eversiva» che il gettito fiscale locale rimanga nelle disponibilità della Regione: chi più ha, avrà ancora di più, a svantaggio della perequazione nazionale prevista dalla Costituzione.

Ancora, io credo che debba essere tenuto in gran considerazione il ruolo degli insegnanti e della Scuola nel Meridione, che operano in contesti in cui la scuola può anche essere più formativa della famiglia e dove per rafforzare la fiducia degli studenti nei confronti dell’istituzione scolastica non è facile puntare su strutture attraenti o su dotazioni sportive ottimali come avviene in molte scuole delle regioni del Nord. E per loro il contrasto alla dispersione scolastica è vitale, come tutte le lotte alle illegalità che si combattono quotidianamente al Sud. La scuola resta un baluardo di democrazia e di legalità, oltre che di conoscenza. Questo lo misurano i test Invalsi?

«I test standardizzati non possono misurare l’intraprendenza, la creatività, l’immaginazione, il pensiero concettuale, la curiosità, lo sforzo, l’ironia, il giudizio, l’impegno, le sfumature, la buona volontà, la riflessione etica, o una serie di altre tendenze e attributi preziosi. Ciò che essi misurano e considerano sono abilità isolate, fatti e funzioni specifiche (l’abilità di saper rispondere a quel particolare tipo di test, aggiungo io, ndr), cioè gli aspetti dell’apprendimento meno interessanti e meno significativi». (W. Ayers, imitando un memorabile discorso sul PIL di Bob Kennedy).

Alcune forze politiche si stanno muovendo, insieme con i sindacati e le associazioni che elencavo all’inizio. Credo che il PD innanzitutto, ed i partiti e movimenti di sinistra, democratici, progressisti,  i sindacati,debbano farsi coinvolgere, e non possano far mancare la propria voce, di netta condanna dei test Invalsi, e specialmente dell’uso (di “schedatura, e/o di utilità per aziende private, o per il governo) che se ne vuole fare.

Giuliano Laccetti, ordinario Università degli Studi di Napoli Federico II
Napoli, 7 marzo 2024



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