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6 Ottobre, 2022

Svimez: “Sud, lo spettro della recessione ed il rischio di spopolamento”. Chi deve fare cosa?




Giovedì 1° agosto 2019 il direttore della Società per lo Sviluppo Industriale del Mezzogiorno, (SVIMEZ), Luca Bianchi, ha anticipato i risultati del Rapporto SVIMEZ 2019 sull’Economia e la società del Mezzogiorno.

Dalle analisi effettuate si evince che nell’ambito di un intero sistema-Paese che è malato, “un’Italia che cresce poco”, +0,9% su base annua rispetto alla media europea del +2,0%, il Meridione è quell’ampia parte del “corpo” sociale, economico, civile e culturale che soffre maggiormente: il rischio concreto è quello di farlo ripiombare nel 2019 “nella recessione da cui troppo lentamente era uscito”.

Infatti, per il 2019 la SVIMEZ prevede un incremento del PIL nazionale del +0,1%, ripartito territorialmente nel +0,3% del Centro-Nord e nello speculare -0,3% del Sud.

Il divario tra le “due Italie” di niceforiana memoria si acuisce sempre di più in relazione a vari indicatori socio-giuridico-economici: crescita; consumi; spesa pubblica; investimenti pubblici e privati; occupazione; emigrazione; diritti di cittadinanza; infrastrutture sociali.

Ma procediamo in ordine. Per quanto concerne il PIL, la SVIMEZ evidenzia la modesta crescita di quello meridionale +0,6% nel 2018 rispetto al +1% del 2017 ed un ristagno dei consumi interni, +0,2% a fronte del +0,7% del Centro-Nord, con una diminuzione del -9% nel decennio 2018-2018. Così come, non solo calano i consumi privati delle famiglie, ma anche “la spesa finale delle Amministrazioni pubbliche che ha segnato un ulteriore -0,6% nel 2018” ed un -8,6% nel decennio 2008-2018 a fronte di una crescita del +1,4% al Centro-Nord.

Allo stesso modo si assiste ad un crollo degli investimenti in opere pubbliche, che nel Sud fanno registrare nel 2018 102 euro procapite, mentre al Centro-Nord 278 euro pro capite. Reggono gli investimenti privati, che fanno registrare una dinamica territoriale del +3,5% al Centro-Nord ed un +3,1% al Sud. Tuttavia, nel Mezzogiorno si registra un “fortissimo rallentamento” negli investimenti delle imprese in macchinari ed attrezzature, con un +0,1% rispetto al 4,8% del centro-Nord.

Rispetto al lavoro, mentre nel 2018 e nel primo 2019 al Meridione gli occupati sono diminuiti di 107 mila unità, -1,7%, invece, al Centro-Nord sono aumentati di 48 mila unità, +0.3%. Nel complesso, la SVIMEZ ha stimato che il divario occupazionale tra Nord e Sud nel solo 2018 è pari a 2 milioni 918 mila persone, con una percentuale del -13,5%, nei servizi che corrisponde ad 1 milione 822 mila unità, del -8,9% nell’industria, 1 milione 209 mila lavoratori, e di circa 5000 mila unità nella sanità, nei servizi alla famiglie ed in altri servizi.

Ma la “vera emergenza” per il Sud, sottolinea la SVIMEZ, è il saldo migratorio interno, ossia la differenza tra emigrati ed immigrati, che ammonta ad 852 mila unità in meno. Nel complesso, tra il 2002 ed il 2017 sono emigrate dalle regioni meridionali oltre 2 milioni di persone: 132.187 nel solo 2017, di cui il 50,4% giovani ed il 33% laureati. “Tale dinamica determina per il Mezzogiorno una prospettiva demografica assai preoccupante di spopolamento, che riguarda in particolare i piccoli centri sotto i 5 mila abitanti”.

Altrettanto preoccupanti sono i “divari nei diritti di cittadinanza e il deficit di infrastrutture sociali” nei comparti della sicurezza, dell’istruzione, della sanità e degli altri servizi di assistenza e cura sociale. Ad esempio nel settore sanitario si registrano per ogni 10 mila abitanti un numero di 28,2 posti letto ospedalieri al Sud a fronte di 33,7 posti al Centro-Nord, mentre nel settore socio-assistenziale il divario è ancora più accentuato: per ogni 10.000 utenti anziani con un’età maggiore di 65 anni, soltanto in 18 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata al Sud rispetto ai 130 del Centro-Nord.

Inoltre, per quanto concerne l’istruzione, i dati riportati dalla SVIMEZ sono ancora più allarmanti: il 50% di edifici scolastici certificati come agibili al Nord rispetto al 28,4% del Sud; il 48,1% degli alunni della scuola primaria che usufruiscono del tempo pieno al Centro-Nord a fronte del 15,9% al Sud con punte minime del 7.5% in Sicilia e del 6,3% in Molise; il 13,7% di abbandoni scolastici al Nord rispetto al 18,8% al Sud con punte negative che superano il 20% in Sardegna, Sicilia e Calabria.

Rispetto al “malato Italia” che ha nei suoi “organi meridionali” i maggiori problemi di salute, cosa fare?

La SVIMEZ lancia un’“ultima chiamata per le politiche di sviluppo”, “un piano di investimenti in infrastrutture economiche, ambientali e sociali”, che, a partire dall’attuazione della clausola del 34% di riequilibrio territoriale e “forte perequazione infrastrutturale”, sia capace di rilanciare l’unificazione e l’integrazione effettive del Paese, fondandole sui “reciproci vantaggi” tra la sue aree.

C’è solo da domandarsi, chi deve fare cosa? Ossia, quali forze sociali, economiche, politiche e culturali siano interessate ad attuare questo piano incentrato su una “strategia nazionale ed europea”, dato che, in un quadro politico caratterizzato dall’egemonia della destra, come ha evidenziato Massimo Villone : “Oramai, ci sono due Italie: quella degli egoismi territoriali, bene rappresentata da Stefani e Zaia; e quella degli eguali diritti, cui l’osservatorio della Federico II si candida a dare voce”. Forse sta nascendo il Partito degli accademici meridionali, democratici e meridionalisti?

08/08/2019 – Salvatore Lucchese



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