06272019In evidenza:

Napoli: al Teatro Augusteo Mannarino regala il suono che fa crollare l’impero

Arrivati in teatro una coltra di fumo denso ti accoglie. Ti accomodi ed un profumo dolciastro ti pervade.

Non sai, se quel profumo sia l’effluvio della donna col bambino che ti si siede dinanzi o il frutto della tua mente che già è stato condotto lì, in un luogo lontano, dove la saudade e il suo contrario dicotomicamente si incontrano e si scontrano. 

Lo spettacolo ha inizio. Compare lui. Da solo con la sua chitarra e con il suo graffio vocale che, come gesso sulla lavagna, ti costringe a fare i conti con l’inizio del tuo viaggio catartico.

Dimenticate i tour precedenti e lasciatevi trasportare perchè “L’impero crollerà” è questo.

Testi tanto importanti da non lasciarti respirare; fiato sospeso per non permettere ai pensieri di distrarti. Musicisti illuminati da una debole luce, velati, fin quando al 4°minuto di un urlato “Apriti cielo”, l’offuscamento si dirama e la cortina si squarcia come il velo di Maya, costringendoti a smettere di vedere e a cominciare a guardare sull’applauso di un pubblico che riprende a respirare.

La bandiera, simbolo di un porto a cui non sai se attraccare o continuare a viaggiare sventola ed il percorso introspettivo prosegue, sulle note di una scaletta che si sviluppa in un climax ascendente toccando nuovi brani e successi oramai consolidati.



Sonorità diverse che si mescolano sapientemente in un rock che sa di blues brasil arabeggiante, facendoti sentire come un peripatetico tarantolato al centro di una qualunque città del mondo con la tua forza e la tua debolezza. Storie di tutti i giorni trasformate in musicali poesie. Racconti cantati di abbandono, di disagio, di degrado. La solitudine degli ultimi, dei senza terra alla quale si contrappone, nonostante tutto,  la speranza che “il mare ha tante onde e non finisce all’orizzonte”.

Nell’ultima mezz’ora di quello che, definire uno spettacolo è riduttivo, Mannarino sulle note di una delle sue ballate più gaie quanto significative, scioglie l’emozione di un pubblico fino a quel momento in religioso e attento silenzio trasformando la platea dell’Augusteo in una spiaggia affacciata sul tramonto di Goa.

Un cantastorie a tutto tondo, poliedrico e completo che racconta i tempi stando dentro al tempo. Impegnato, coraggioso, dissacrante, ironico, tanto emozionato dinanzi alla presenza in sala di alcuni rappresentanti del “Movimento Migranti e Rifugiati di Caserta” quanto imbarazzato all’eco di un “Sijj frisc’”urlato dal pubblico. Un calore sincero quello che abbraccia Alessandro alla fine della serata conclusiva della tappa napoletana del tour al quale, lui ricambia, con la grandezza a tratti inconsapevole del suo talento, regalando a chi lo ascolta, il suono atto a far crollare l’impero.

Annatina Franzese

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Lascia un commento

Invia Commento