Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione della comunità educante su una vicenda rimasta a lungo ai margini della memoria collettiva, ma profondamente significativa per comprendere il valore del coraggio civile e il dramma delle vittime innocenti della criminalità organizzata: la storia di Mario Viscito.
Raccontare queste storie non significa soltanto ricordare un fatto di cronaca. Significa restituire dignità a vite spezzate e trasformare la memoria in uno strumento educativo capace di interrogare le coscienze, soprattutto quelle delle nuove generazioni.
Una vita normale spezzata dalla violenza
Mario Viscito era un padre di famiglia, un muratore di 33 anni, un uomo mite che conduceva una vita semplice e tranquilla. Detestava ogni forma di violenza.
Il 24 febbraio 1963, a Ottaviano, assiste a una rissa nata per motivi futili. Il suo istinto lo porta a intervenire per separare i litiganti.
Uno dei giovani estrae una pistola e spara otto colpi. Mario Viscito si trova lungo la traiettoria dei proiettili e viene colpito mortalmente.
Quel giovane è Raffaele Cutolo, allora ventiduenne, destinato a diventare il capo della Nuova Camorra Organizzata.
La tragedia nasce da un episodio di guida imprudente e dalla reazione violenta nei confronti di una ragazzina. Viscito interviene solo per fermare la violenza. Pagherà con la vita.
Il dolore e la dignità
Dopo la condanna iniziale all’ergastolo, la pena di Cutolo viene ridotta in appello.
Anni dopo, viene offerto un risarcimento economico alla moglie di Mario, Anna. La risposta resta una delle frasi più forti nella storia delle vittime innocenti:
«Il sangue di mio marito non lo vendo».
Un gesto di dignità che diventa testimonianza morale.
Perché questa storia riguarda la scuola
La vicenda di Mario Viscito interroga profondamente il mondo dell’educazione.
La violenza mafiosa non colpisce solo chi è coinvolto in dinamiche criminali: può travolgere la normalità, trasformando un gesto di responsabilità civile in tragedia.
Nelle pratiche educative diffuse, la memoria delle vittime innocenti viene spesso affrontata attraverso momenti commemorativi o percorsi informativi. Importanti, ma talvolta limitati a una dimensione simbolica.
La proposta avanzata punta invece a una memoria attiva e dialogica:
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Analisi dei contesti quotidiani in cui la violenza nasce
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Rielaborazione narrativa delle vicende
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Simulazioni etiche e confronto sulle scelte
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Riflessione sui silenzi e sulle responsabilità collettive
La memoria diventa così competenza civile.
Memoria come pratica viva
La storia di Mario Viscito non può restare confinata al passato.
Deve trasformarsi in dispositivo educativo permanente, capace di generare consapevolezza, responsabilità e cittadinanza attiva.
Educare al coraggio civile non significa proporre eroi astratti, ma mostrare come anche un gesto semplice – intervenire per fermare una violenza – possa assumere un valore straordinario.
La scuola è il luogo in cui questa trasformazione può avvenire.
La memoria, se vissuta come esperienza concreta, diventa strumento di libertà.


