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14 Agosto, 2022

Lettera al giornale: disabile accusato ingiustamente ed umiliato sul lavoro. Quando a essere sconfitta è la società




Riceviamo una lettera denuncia di una docente.

Mi chiamo Antonella, sono un’insegnante e oggi voglio raccontarvi una storia, una di quelle storie così vergognose, che spereremo essere lontana anni luce da noi, eppure è accaduta solo pochi giorni fa a Ottaviano. La storia che sto per raccontarvi è la storia di Marco (nome inventato). Marco è un ragazzo speciale, leale, caparbio, empatico e con un’intelligenza a tratti fuori dal comune. Marco ha da poco compiuto 18 anni e il fatto che abbia una disabilità mentale è da sempre per me stato un dettaglio irrilevante.

Marco non ha una famiglia solida alle spalle in grado di seguirlo e incoraggiarlo, ciò nonostante nel giro di un solo anno si è dato da fare per emergere e sbocciare come alunno e uomo. Quest’estate Marco ha deciso di mettersi in gioco e trovare lavoro così, una volta aver scritto insieme e stampato il curriculum si è dato da fare per consegnarli ovunque. Risultato: Marco è stato assunto per l’estate in un supermercato di Ottaviano.

Ha lavorato tanto e duramente per raggiungere il suo obiettivo: prendere la patente. Ha passato intere pause pranzo al sole da solo, ha sopportato episodi che potremmo definire al limite del bullismo sul lavoro, ma ce l’ha fatta. È arrivato a settembre, ed è qui che ha inizio la nostra storia. I titolari di Marco hanno sempre saputo della sua disabilità, degli episodi di bullismo, del suo essere dignitoso che lo portava a incassare ogni colpo senza lamentarsi. Quale vittima migliore di cui approfittarsi!

L’ultimo giorno di lavoro un collega chiese a Marco il codice di una confezione di bottigline di acqua. Marco è un magazziniere mette a posto i prodotti, non sa cosa sia un codice, nè come leggerlo, così porta al collega la confezione e torna al suo lavoro. Il collega beve una di quelle bottigliette, la paga. Fin qui tutto sembrerebbe nella norma. Invece no. Il giorno dopo, quando Marco è ormai ufficialmente disoccupato, gli arriva una telefonata.

La sua ex titolare lo chiama, lo accusa di aver rubato la confezione di acqua, lo minaccia, insulta e gli dice di portargli subito 30 euro o sono guai. Marco ha paura, non è un ladro e non vuole che qualcuno possa pensarlo. Mi telefona con le lacrime agli occhi, mi gira il video in cui sarebbe contenuta la prova del suo furto, gli audio con le minacce, gli insulti della sua titolare. Mi spiega la sua versione dei fatti e, tra le lacrime, mi chiede aiuto. Lo tranquillizzo, io so bene che non è un ladro, tra l’altro dai video che la signora ha inviato per spaventarlo non emerge nulla.

Decido di accompagnarlo a risolvere questa situazione, appuntamento alle 16.00 all’ingresso del supermercato. Al nostro incontro Marco è puntuale, trema e stringe tra le mani 40 euro, vuole addirittura pagare di più per dimostrare che persona è. Entriamo, chiedo della titolare. Una ragazza ci accompagna nella sua stanza. In un angolo c’è una bimba piccola, probabilmente sua figlia. La signora guarda me e Marco, è intimorita. Non sa chi sono nè a che titolo io sono lì, ma sa bene che ha tenuto a nero un ragazzino, facendolo lavorare 10 ore al giorno, senza giorno libero, sfruttandolo per 400 euro al mese. Mi guarda e con voce tremula mi chiede se gradisco un caffè e perché sono lì. Le dico che voglio capire cosa è successo e, qualora fosse emerso qualcosa, chiamare i carabinieri e pagare, anche se 30 euro mi sembrano tanti per una bottiglia d’acqua. La parola “carabinieri” la addolcisce di botto, ma tenta di portare avanti la sua tesi parlandomi del video che crede io non abbia visto. Le dico che so tutto, del video, del trattamento avuto sul posto di lavoro, delle minacce e che voglio risolvere davvero la questione. La signora mi guarda, mi sorride e mi dice: “si vede che Marco è un bravo ragazzo, il fatto che sia qui vuol dire che non ha fatto nulla”.

Il punto ora non sono certo i 30 euro. Il punto sono le minacce, la consapevolezza di trovarsi di fronte un ragazzino disabile, debole, solo. Il punto è che quella donna è essa stessa una madre, magari una di quelle che al TG o su fb mostra la sua indignazione per episodi come questo, eppure non ha esitato un attimo a mentire, umiliare, screditare e approfittarsi di un disabile.

Il punto è che questi episodi sono figli di una mentalità che fa schifo, che andrebbe scardinata, sotterrata, punita. Noi andremo avanti, la signora anche ma, nel frattempo, il percorso intero di un anno fatto con Marco basato sull’acquisizione dell’autostima, sulla valorizzazione delle sue potenzialità è andato in fumo… e questa è la più grande sconfitta.

Antonella Iovino

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