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4 Dicembre, 2022

L’economista Pietro Busetta: “Senza politiche di riequilibrio e perequazione al Sud non rimarrebbe altra alternativa che dividersi da uno Stato che da 160 anni l’ha ridotto a sua colonia estrattiva interna”




La crisi pandemica ha acuito maggiormente i divari e le diseguaglianze tra il Nord e il Sud Italia e il Governo Conte bis continua imperterrito a perpetuare le solite politiche di spoliazione nei confronti di un Mezzogiorno sempre più ridotto all’oramai conclamata condizione subalterna di colonia estrattiva interna.

È quanto emerso dalla diretta facebook “Bomba Sud, bomba Italia?”, promossa mercoledì 11 novembre dalla Rete meridionalista Il Sud Conta.

Insieme a Giovanni Pagano, attivista sindacale dell’USB ed esponente di rilievo del Sud Conta, e a Nicola Alonzo, animatore, nonché tra i principali protagonisti delle mobilitazioni di piazza partenopee di queste ultime settimane, ad entrare nei dettagli della grave situazione sociale, economica e politica in cui versa il Meridione è stato Pietro Massimo Busetta, economista, autore de Il coccodrillo si è affogato, e curatore della rubrica “Sudismi” per il Quotidiano del SudL’altra voce dell’Italia.

Dopo avere evidenziato che già prima dell’emergenza Covid-19 al Sud mancavano ben tre milioni di posti di lavoro e che il 30% della sua popolazione lavoratrice, ferma a sei milioni di occupati da almeno dieci anni, è composta da lavoratori a nero e dopo avere rimarcato che i diritti di cittadinanza sono di gran lunga meno garantiti nel Mezzogiorno, l’economista siciliano ha dichiarato che se il Governo non dovesse invertire la rotta rispetto al passato attuando politiche di riequilibrio e di perequazione, ai 21 milioni di cittadini meridionali non rimarrebbe altra alternativa che separarsi da uno Stato che da 160 anni lo tratta come colonia estrattiva interna.

Se si dovesse giungere – ha dichiarato testualmente Busetta – a statuire diritti di cittadinanza diversi tra il Nord il Sud del Paese, allora a questo punto i meridionali non avrebbero nessuna ragione di continuare a fare parte dello stesso Stato”.

“ Il modello di riferimento – ha concluso l’economista siciliano – potrebbe essere quello della Cecoslovacchia, dove la parte più debole del Paese, la Repubblica Slovacca, si è separata da quella più forte, la Repubblica Ceca. Ed ora la prima ha ritmi di crescita superiori alla seconda”.

13/11/2020 – Salvatore Lucchese

 

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