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9 Dicembre, 2022

” La svolta di Sasà”. Lunga intervista con l’attore partenopeo, dal carcere di Rebibbia, al totale cambiamento, passando per Napoli e all’amore verso la sua compagna. Una storia emozionante




Carissimi lettori di “Vesuvianonews” oggi ho l’onore di presentarvi un attore strabiliante, un vero pozzo di cultura e saggezza da cui attingere. Le sue esperienze di vita vissuta sono a disposizione dei più giovani, lui è l’emblema che chi vuole cambiare, può farlo: Salvatore Striano. Sasà è nato e cresciuto nei Quartieri Spagnoli, figura di spicco delle “Teste Matte” poi la latitanza, poi il carcere e poi la svolta. L’attore partenopeo, come ci racconterà a breve, trova nel teatro la giusta via, l’uscita dal tunnel della criminalità. Iniziamo subito.

Che cosa scatta nella mente di Sasà quand’è nel carcere di Rebibbia? In quel momento della mia vita stavo raschiando il fondo, avevo perso entrambi i genitori quando stavo lì dentro e avevo soltanto voglia di farmi del male. Poi un giorno venne un ergastolano, Cosimo Rega, e mi propose di partecipare a un laboratorio teatrale. D’impatto risposi in maniera negativa, ma poi durante la notte ci pensai, lessi il copione, era “Napoli milionaria” di Eduardo e il personaggio che dovevo interpretare era Donna Amalia. Non so cosa scattò nella mia mente, ma leggendo il testo vedevo in quel personaggio la mia mamma e fu allora che alzandomi dalla branda chiamai Cosimo per comunicargli che quella commedia l’avrei fatta. E da allora non mi sono più fermato.

La svolta della tua vita attraverso il teatro, cos’è per te il teatro e quale consiglio puoi rivolgere a una persona che si affaccia in questo meraviglioso mondo? Il teatro per me è tutto, il teatro mi ha permesso di perdonarmi, mi ha dato un nuovo linguaggio, una nuova postura, nuovi stimoli e ha fatto rinascere in me tutto il bene che c’era dentro e che non riuscivo a trasmettere e a mettere definitivamente da parte quel lato negativo. Il teatro è vita. Lo consiglio per svariati motivi. Attraverso il teatro, mi sono salvato.

Che cosa rappresentavano per te le “ Teste Matte”? Era un gruppo di persone di ragazzi che non sopportava i soprusi della camorra del quartiere e si sono ribellati. Ricordo ancora che il comandante dei carabinieri, ci disse “ voi siete delle teste matte, non passerà tanto tempo e la camorra vi ammazzerà”. Per fortuna, tutto ciò non è accaduto.

Il tuo sogno nel cassetto? I sogni li porto con me, non in un cassetto perché alla fine li dimentichi. Sono tanti e i sogni non si rivelano. Ne ho realizzati tanti, ma ricordati che bisogna sempre sognare.

Il tuo grazie artistico a chi va? Cosimo Rega in primis, lì nasce tutto con il primo copione. Ce ne sono tanti altri, dal direttore del carcere di Rebibbia, dott. Cantone, il maestro di teatro Fabio Cavalli, gli amici detenuti attori con i quali ho mosso i primi passi e ricordo con gioia l’insegnante Pina Castellano e tutti quelli che mi hanno formato artisticamente.

Il tuo rapporto con Napoli? Io sono Napoli, Napoli è me. Napoli è tutto, è mia madre, mio padre, la mia vita, la mia radice, la mia città. Per metà della mia vita a Napoli l’ho offesa con i miei mal comportamenti e adesso ogni volta che vado a Napoli voglio fare qualcosa di utile, Napoli è la città più bella del mondo.

Il rapporto di Sasà con la scrittura. Per tanto tempo Sasà ha compiuto azioni negative, poi all’improvviso si sono accesi i riflettori del cinema e del teatro e sentivo dentro di me l’esigenza di scrivere quello che sono stato e quello che sono oggi, perché le persone possono sapere oltre l’attore e apprezzare l’uomo.

L’infanzia di Sasà. La mia infanzia è tutta raccontata nel libro “Teste Matte”. Infanzia terribile, (notiamo gli occhi rossi quando affronta quest’argomento), volevo difendere la mia mamma, volevo che nessuno ci toccasse, ci sfiorasse, in un quartiere difficile, il mio, i Quartieri Spagnoli, che negli anni ’80 trovavi boss a ogni angolo di strada, volevo crescere in fretta per far capire a loro che la mia famiglia non andava toccata. Sasà ha avuto un’infanzia terribile, non giocava con le macchinine, ho vissuto un’infanzia sofferta.

Che rapporto hai con il teatro? Si dice che il teatro si serve, beh, chiedo scusa al teatro perché di esso me ne sono servito, sono migliorato grazie a quelle tavole e per questo gliene sarò sempre grato. Il teatro vive da duemila anni e supera ogni crisi, e supererà anche questo momento, dove tanti colleghi artisti, tanti lavoratori dello spettacolo stanno soffrendo, ma teniamo duro e ritorneremo più forti di prima.

Nel percorso di crescita e cambiamento, chi ti è stato particolarmente vicino? Nella prima parte ho dovuto fare tutto da solo mentre nella seconda parte della mia vita è arrivata una donna, la donna che amo, la mia compagna. Ero in un periodo di crisi ma grazie a lei, al suo amore, alla sua forza, alla sua dedizione verso di me ha fatto sì, che diventassi una persona più forte, e oggi grazie a lei, mi sento più forte.

A quale film interpretato, sei particolarmente legato? “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, perché ritornai nel carcere di Rebibbia, avevo paura, l’avevo giurato ai miei genitori che non sarei mai più entrato in un carcere, ma stavolta ci entravo dalla porta principale, dovevo girare un film, quel film che mi ha permesso di girare il mondo e dare tutto ciò che un attore desideri, emozioni indescrivibili.

Salutiamo Salvatore e lo ringraziamo vivamente per l’intervista che ci ha concesso, la sua storia, le sue parole devono essere lette attentamente soprattutto dai ragazzi. La vita a volte ti pone sempre davanti ad un bivio, cerchiamo di percorrere sempre la strada giusta, quella strada che possa portare alla felicità, alla gioia, alla voglia di svegliarsi al mattino e dire “ce l’ho fatta, sono una persona nuova”. Grazie Sasà e spero che la tua strada sia costellata sempre di gioia e successi.

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