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6 Luglio, 2022

La storia del palmese “Ristorante Pizzeria Jolly” smentisce alcuni clichès antimeridionali




Mentre l’attuale dibattito politico sulla “secessione dei ricchi” verte, soprattutto, sui suoi aspetti giuridico-economici, è rimasta sullo sfondo, invece, la sua dimensione ideologica, che fa leva sui plurisecolari pregiudizi antimeridionali, di recente riproposti sia dalle dichiarazioni dell’attuale titolare della “Minerva”, il leghista Marco Bussetti, sia dalle “nordiche” “madamine Sì TAV”.

Al di là delle articolazioni e delle tipizzazioni locali, coerentemente alla logica della reductio ad unum, i meridionali sono stati e sono tuttora considerati “sudici”, “malavitosi”, “oziosi”, “anarco-individualisti”, “corrotti”, “corruttori”, “assistenzialisti” e, pertanto, “dilapidatori” di risorse pubbliche. Come decostruire questi atavici pregiudizi su quella che è stata definita la “razza maledetta”?

La strada percorsa dagli studi accademici è quella delle vaste analisi socio-economiche, delle rigorose ricerche storiografiche, delle profonde osservazioni e riflessioni etno-antropologiche e delle accurate comparazioni critico-letterarie. Un’altra strada battuta è quella della ricostruzione e della narrazione delle storie di vita vissuta. Infatti, anche questo metodo di ricerca, mediante il confronto critico tra le testimonianze di vita reale e gli stereotipi ancora oggi duri a morire, consente di smontarli, per contribuire, invece, alla costruzione d’identità veritiere, legate ad esperienze e a fatti criticamente accertati.

Ebbene, se i meridionali, a causa di una loro presunta costitutiva caratteristica “antropologico-razziale” fossero “oziosi”, “delinquenti” ed alla perenne ricerca di prebende pubbliche da sperperare, allora non dovrebbero essere neanche capaci d’iniziative virtuose a livello imprenditoriale. Tuttavia, sia gli studi storici, sia le ricerche socio-economiche, sia quelle letterarie, sia, appunto le storie di vita vissuta dimostrano l’esatto opposto, confutando, così, uno dei capisaldi della teoria della “razza maledetta”. A questo proposito, di recente, la Fondazione “La Malfa” ha pubblicato il suo “Rapporto 2019”, da cui emerge la vitalità delle imprese meridionali anche a fronte della mancanza di un’adeguata progettualità economico-politica.

Nelle fila dei giovani imprenditori capaci di non “oziare”, bensì di essere attivi e d’innovare, in barba ai pregiudizi meridionali, bisogna annoverare il giovanissimo Gennaro Catapano, titolare del “Ristorante Pizzeria Jolly” di Palma Campania.

Avvicinatosi a soli 14 anni al mondo della pizza e della ristorazione, grazie al suo spirito di sacrificio e alla sua costante partecipazione a manifestazioni e a gare nazionali ed internazionali,                sempre in barba alla teoria della “razza maledetta”, Catapano ha mostrato di essere un imprenditore dinamico, capace d’innovare la tradizione culturale e culinaria della pizza, realizzando la “Fiorillo di Jolly”, che gli ha fatto vincere il primo premio al reality della pizza “PI ONE”, promosso dal “Trofeo Città di Napoli”. Smentendo il mito dei meridionali anarco-individualisti, entra in rete con le associazioni “Slow Food” e “Verace Pizza Napoletana” , attraverso cui valorizza i prodotti tipici non solo locali ma anche nazionali.

Incarnando lo spirito di lavoro e sacrificio di Palma Campania – la cittadina, un tempo Teglanum, affonda le sue radici remote in epoca preistorica e dopo essere stata distrutta dalle eruzioni vesuviane, probabilmente, venne ricostruita sotto forma di villaggio nel 512 d.C. sulla collina circostante ricoperta di palme, da cui il nome Palma –, Catapano ci racconta di un altro Mezzogiorno rispetto a quello narratoci sulla base dello stereotipo di un “paradiso abitato da diavoli”.

Ci racconta di cittadini meridionali, che, contrariamente, al mito della “razza maledetta”, che li vuole “passivi”, “oziosi”, anarco-individualisti e “nullafacenti”, sono, invece, attivi, dinamici e cooperativi. Ci racconta di un Sud, perlopiù oscurato, occultato e rimosso, che mostra di essere capace di rinnovare la tradizione, di crearsi un lavoro e di dare lavoro, animato da uno spirito d’impresa in cui la dimensione economica si intreccia con quella etico-culturale.

19/3/2019 – Salvatore Lucchese



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