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29 Settembre, 2022

La matita metafisica. L’arte di Antonio Bianco




“Se in tempo propizio, tu tracci quelle semplici parole su carta o su pergamena e brandisci il foglio contro il serpente, questo resterà egualmente immobile come se tu avessi proferito a gran voce le parole”
Paracelso, libro I.

Con mano abilmente “scorpionica” traduce i vocaboli della vita in segni e simboli da cui trarre l’elemento propiziatorio inducente al Logos, decentemente posto dallo spazio quotidiano al metaverso simbolico. Quale è questo momento propizio?

E’ l’effetto sonoro della matita che stende parte di sé su quella distesa che, pur avendo margini definiti, esprime il Tao dello Zen, manifestazione senza alterazioni ma con acuta purezza riesce a spaziare aldilà di quei limiti apparentemente determinati, infatti ogni segno è l’enucleazione di una parte dell’infinito che si cala nella pedagogia della finitezza quale valore di potenzialità e possibilità della realizzazione di parti che nel reale tangibile tendono alla fuga, non perché è volutamente così, ma è la visione mediocre che non riesce a cogliere il nesso tra realtà e meta realtà.

La matita si concede alla carta, man mano che si consuma si

auto-riconosce in quell’atto tecnico che nel suo divenire è maieutica-arte,

lo scenario accade nella penombra dove i raggi solari fendendo la finestra illuminano lo scranno ove siede il mistico silenzio, ci troviamo proprio nella espressione di un presente che coglie i dati del vissuto e le possibilità dell’adveniente.

L’ispirazione nutre il legame Ragione-Cuore che gli antichi cinesi chiamano Shen,   ideogramma che sintetizza il rapporto tra la ragione ed il flusso delle emozioni, questa corda inscindibile viene espressa con morbide linee che danno la percezione del movimento fluttuante dell’anima nella spirale della esistenza, quindi una arte che non manifesta alcuna velleità, rimane “infinitata” nella parola silenziosa della pura bellezza. Si ritiene utile far conoscere secondo le proprie possibilità come meditare creando bellezza. L’artista in questione ama quel suo spazio quotidiano ove affida le mani alle muse che fecondano la forza delle dita, necessità di Corpo-Spirito-Anima  che non  sottraendosi al richiamo della folgore cosmica fanno assorbire l’ apodosi  alla  protasi, quest’ultima è l’acquisizione dei materiali necessari per giungere alle porte della iniziazione, ogni volta rinnovata, quindi matita e foglio cantano il “Fiat Voluntas Tua”. A chi è rivolto il canto? E’ utile fare riferimento a Schelling che a proposito dell’arte disse:

“L’arte è lo strumento conoscitivo gnoseologico più adatto perché è quella espressione dell’ uomo in cui il Soggetto (IO SPIRITO) e l’oggetto (NATURA) sono fusi”, l’arte secondo Schelling, è lo strumento indispensabile per cogliere l’assoluto.

Con il filosofo dell’idealismo trascendentale si riassume il concetto dello Shen, e del Tao, pertanto nella arte Finito ed Infinito converge  quella danza continua di equilibri, ognuno regge e informa l’altra parte.

Quindi la Volontà è quel tutto, artista, materiali, ispirazione, produzione, che non può sottrarsi al richiamo.

Questo è Antonio Bianco, nato a Napoli, di adozione Aversana,  oltre ad essere docente di materie tecnico-artistiche, è l’artista identificato con l’occhio che interpreta la relazione tra le due variabili che si incontrano nella espressione disciplinata di quotidiano che anela a dissetare lo spirito, o quella parte di Anima (Nefesh) che poggiandosi al respiro primordiale (Ruach) tende al raggiungimento, anche se per un istante, alla anima universale (Neshamah).

Le sue opere danno significato alla riflessione dell’umano senziente, che si percepisce sì come materia, ma che de-sidera andare oltre, e metaforicamente, spesso buca un foglio ove infila le mani che esprimono il tuttUno con i sensi stessi e la parte metapsichica dell’esser-ci.

B. Theo Di Giovanni

 

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