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4 Ottobre, 2022

Il Sud nella morsa dei lookdown, degli scippi di Stato e del suo gretto ceto politico estrattivo




La seconda ondata epidemica sta contribuendo a svelare in modo definitivo tutti i limiti e le contraddizioni del federalismo all’italiana, dalla frammentazione della catena di comando all’iniqua distribuzione territoriale delle risorse pubbliche destinate anche, ma non solo, alla sanità, ai trasporti e all’istruzione tra il Nord e il Sud di un Paese sempre più diviso e diseguale.

Come è noto grazie ai dati dei Conti Pubblici Territoriali e ai rapporti annuali dell’Eurispes e della Svimez, nel corso degli ultimi venti anni ai 21 milioni di cittadini meridionali, che corrispondono al 34% della popolazione nazionale, a Costituzione rovesciata, è stato indebitamente assegnato il 28% delle risorse pubbliche: 60 miliardi di spesa pubblica complessiva l’anno.

La qualcosa, nel giro di un ventennio, corrisponde ad un totale di 1.020 miliardi di euro in meno al Sud e di più al Nord, il famoso Robin Hood alla rovescia di cui parla l’autorevole economista Gianfranco Viesti.

Il tutto si traduce nell’accentuarsi dello storico dualismo Nord/Sud non solo dal punto di vista sociale ed economico, ma anche e soprattutto dal punto di vista delle disuguaglianze civili che riguardano la fruizione di alcuni diritti fondamentali, quali, appunto, quelli relativi alla sanità, alla mobilità e alla scuola, che, in piena emergenza pandemica da Covid-19, sono divenuti particolarmente significativi per la tenuta unitaria dell’intero sistema Paese.

Alcuni esempi di trattamenti iniqui tra “fratelli” e “fratellastri” d’Italia? Mentre nelle scuole del Centro-Nord in media c’è un rapporto di 1 docente ogni 18 alunni, in quelle meridionali, invece, il rapporto è di 1 docente ogni 28 alunni. Mentre al Sud soltanto il 15% delle scuole possiede l’agibilità igienico-sanitaria, al Nord le scuole che la posseggono sono il 67%.

Così come in ambito sanitario, mentre al Sud ci sono 2 posti letto ogni 1000 abitanti, al Nord, invece, ce ne sono 8 ogni 1000 abitanti. Inoltre, se i 5,8 milioni della Campania possono contare soltanto su 42 mila operatori sanitari, i 4,4 milioni di abitanti dell’Emilia-Romagna, invece, possono contare su oltre 57 mila operatori.

Fatta eccezione dei 70 sindaci ricorrenti contro la “perversa attuazione del federalismo fiscale”, il dato politico di fondo è che il ceti politici estrattivi meridionale a tutti i livelli, nazionale, regionale, provinciale e comunale, sono stati del tutto complici silenti, assenti ed acquiescenti rispetto agli scippi di Stato perpetrati dal sistema Nord ai danni del Sud. In cambio di cosa? In cambio delle “mancette” per le loro clientele.

Se si chiudono le regioni meridionali per i loro servizi di base già del tutto inadeguati rispetto alle esigenze ordinarie, e figuriamoci rispetto a quelle straordinarie determinate dell’emergenza epidemica, i primi responsabili sono loro, in quanto, nel corso dei decenni precedenti, invece di fare valere i diritti dei loro cittadini li hanno svenduti e in alcuni casi azzerati in cambio della promozione dei loro miopi, beceri e gretti interessi particolaristici.



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