Il Ministro per gli Affari regionali e le autonomie, il leghista Giovanni Calderoli, rilancia l’iter di approvazione delle pre-intese di maggiore autonomia con le Regioni Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria su sanità, per la quale già esistono i Lea, e sulle cosiddette materie non Lep (protezione civile, professione e previdenza complementare integrativa).
Il tema è divenuto centrale anche nella campagna per le regionali Campania con il centro-sinistra su posizioni contro la sua attuazione ed il centro-destra su posizioni a suo favore.
Sono riscesi in campo anche i Comitati No-Autonomia differenziata con una lettera-appello rivolte ai candidati consiglieri e presidenti delle Regioni Campania e Puglia, per chiedere loro di prendere posizione decisamente contro l’autonomia differenziata, da loro considerata “assolutamente lesiva del dettato costituzionale”, in quanto “darebbe vita a tanti statarelli regionali in reciproca competizione per l’accaparramento di poteri e risorse dello Stato”.
Nel frattempo, il costituzionalista emerito della Federico II Massimo Villone indica chi, come e dove dovrebbe essere fermata l’autonomia regionale differenziata nel caso in cui dovesse essere approvata in via definitiva dal Parlamento: i Presidenti delle Regioni meridionali in sede di Conferenza Stato-Regioni ed, in ultima istanza, impugnando le intese definitive tra Stato e regioni richiedenti maggiore autonomia presso la Corte costituzionale.
La posta in gioco è alta, altissima: salvaguardare in una fase di crisi internazionali di portata epocale quello che resta della tenuta unitaria di un Paese già ampiamente diviso e diseguale tra un Nord relativamente sviluppato ed un Sud relativamente arretrato per indicatori sociali, economici e civili relativi alla fruizione dei più basilari diritti di cittadinanza, quali il lavoro, la salute, l’istruzione e la mobilità.



