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18 Agosto, 2022

Beolchi: Il mio sostegno per gli orfani di femminicidio




Cari lettori iniziamo questo nuovo mese incontrando una donna che ha sposato una delle cause cui maggiormente sono legato, gli orfani di femminicidio. La dott.ssa Roberta Beolchi è la fondatrice dell’associazione Edela e creatrice della linea editoriale intitolata “Berkana”. Professionista dell’interior designer internazionale e mamma di due figli, Edoardo e Gabriele. Ama la vita e il mondo in tutte le sfaccettature, assaporando nei viaggi i colori e profumi che ogni luogo emana cercando di trarre sempre degli spunti per migliorare se stessa.  Ha una particolare sensibilità nei confronti di chi ha la necessità di essere preso per mano e aiutato, non si volta mai dall’altra parte facendo finta di niente.

Ciao Roberta e iniziamo subito.

Presentaci brevemente l’associazione: “Edela” è un’associazione no profit che si estende su tutto il territorio nazionale a sostegno e tutela degli orfani di femminicidio e delle famiglie affidatarie. Dopo diversi anni di ricerche psicologiche e criminologiche − mediante studi e incontri diretti con le vittime del femminicidio, grazie anche al supporto di autorevoli professionisti del settore – l’associazione Edela è scesa definitivamente in campo al fianco degli orfani invisibili, unitamente alle famiglie affidatarie, perché sono loro, purtroppo, i veri protagonisti del dopo femminicidio. Perché non si può e non si deve rimanere indifferenti di fronte alla vita difficile che i bambini, anche dopo aver subito il lutto per la morte della mamma con crimini efferati per mano del padre/compagno, si ritrovano ad affrontare completamente da soli.

Quando nasce il tuo impegno nel sociale? L’impegno nel sociale è stato sempre presente in me. Ho approfondito argomenti e temi delicati come il bullismo e la violenza di genere nelle scuole e in molti convegni, perché sono certa che con la sensibilizzazione e la giusta comunicazione si possa veramente debellare questa piaga sociale. Sin dai primi femminicidi mi sono chiesta quale fosse il futuro dei figli delle vittime, che fine facessero e come continuassero la loro esistenza, ma purtroppo non ho mai trovato di qualcosa di concreto. Ho iniziato a documentarmi e andare personalmente a conoscere famiglie affidatarie, orfani maggiorenni per capire la loro difficile vita e quali bisogni avessero. Purtroppo, dopo l’efferato crimine, rimangono invisibili e lasciati soli ed io con l’Associazione Edela, ho deciso di scendere in campo a loro sostegno.

Come ci si approccia a un orfano, come arrivano le segnalazioni e quali sono i primi passi che si compiono? E’ complesso accedere alle famiglie e orfani di femminicidio. Non esiste, infatti, un albo ufficiale e quindi è stata tutta una difficile personale ricerca. Ogni giorno ho dovuto affrontare molte difficoltà, essere ancor più sensibile e far aprire senza paure le porte delle loro case; farli  sentire a loro agio, senza paure e soprattutto che potevano fidarsi di me. I figli orfani di femminicidio vivono una vita con segni indelebili e traumi che pochi possono comprendere. Ci vuole amore e delicatezza, perché ricordiamoci sempre che la loro mamma è stata uccisa per mano di un uomo e di solito si tratta del loro papà.

Le conseguenze del femminicidio sugli orfani? Femminicidio non vuol dire soltanto una donna uccisa. Le conseguenze le vivono i genitori della donna, i parenti, i figli e le figlie. A tutti loro rimane, dopo il funerale, una vita da ricominciare con traumi indelebili e una vita quotidiana completamente stravolta. Gli orfani di femminicidio vivono tre traumi contemporaneamente: diventano orfani della mamma uccisa per mano di un uomo che spesso è il papà (in carcere o si uccide anch’esso); il trauma del terremoto perché perdono da quel momento la loro casa, cameretta ed effetti personali e il trauma della guerra perché vivono in casa grida, sangue, spari, morte e la paura di essere anch’essi uccisi. La loro vita da quel momento è segnata e il loro cammino è complesso e tortuoso.

Parlaci di questo esercito di fantasmi. Ogni anno la giornata internazionale contro l’eliminazione della violenza contro le donne ricorre il 25 novembre e quello su cui si riflette ancora poco è che la vita dopo il femminicidio continua. I familiari e figli devono andare comunque avanti, con tutte le difficoltà. Bambini che all’improvviso si trovano catapultati in quell’esercito di fantasmi che sono gli orfani di femminicidio sui quali, una volta spenti i riflettori dei media, piomba una silenziosa indifferenza. A oggi si stimano 2.700 orfani. Un esercito.

Come si entra nelle scuole e cosa si propone? La violenza delle donne si combatte dai primi banchi di scuola, perché la scuola rappresenta la seconda famiglia per ogni bambino e bambina sulla quale formarsi. Sono importanti, quindi, le costanti e continue campagne di sensibilizzazione al rispetto e prevenzione. Ed è proprio la scuola, uno dei luoghi privilegiati dal quale possono partire progetti affinché la violenza di genere non sia un fenomeno di natura episodica, ma un problema strutturale da cambiare radicalmente.

Che cosa rappresentano per te le “scarpette rosse”? Ogni paia di scarpe rosse rappresenta per me una storia di paura, di violenza e di morte di tante Donne che hanno pagato con la loro stessa vita un “amore” malato. Non si può e non si deve restare fermi e in silenzio di fronte ad un dramma del genere in continuo aumento.

Il sogno nel cassetto? Ciò che da qualche tempo sogno e che cerco di lavorarci costantemente affinché si avveri, è che tutto questo esercito di orfani di femminicidio sia finalmente tutelato e sostenuto dallo Stato. Meritano di essere seguiti immediatamente, figli e genitori della vittima, dal giorno della morte della Donna, morte della loro mamma dalla quale non riceveranno più una carezza.

 

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