Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa emesso in data odierna dai Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti.
La notizia apparsa su diversi quotidiani nei giorni scorsi secondo la quale “la Lombardia è pronta a firmare le prime intese per avere più autonomia sulla sanità e su tre materie per cui non è prevista la definizione dei livelli minimi essenziali” – ossia la protezione civile, le professioni e la previdenza integrativa – notizia correlata all’intenzione di Veneto, Liguria e Piemonte di procedere sulla stessa strada per “chiudere” entro settembre, è molto grave e deve rappresentare per tutte le forze democratiche, associative, sindacali e di partito un avvertimento: la mobilitazione per fermare l’Autonomia differenziata non può essere abbandonata e nemmeno rallentata, ma deve anzi riprendere subito con forza, prima di tutto attraverso la denuncia pubblica di quanto sta avvenendo e quindi mobilitando dal basso cittadini e cittadine.
È evidente, infatti, il tentativo del Ministro Calderoli e dei presidenti delle Regioni che chiedono di stipulare le Intese di aggirare la sentenza della Corte Costituzionale la quale, nonostante la successiva decisione di impedire lo svolgimento del referendum che avrebbe cancellato l’intera Legge di applicazione del comma 3° dell’art. 116 della Costituzione, come riformato nel 2001, ha tuttavia posto ostacoli molto chiari e paletti molto precisi all’applicazione di questa legge.
In particolare, la Corte Costituzionale impone chiaramente che non possano essere oggetto di Autonomia intere materie, ma solo singole funzioni.
È facilmente immaginabile che il Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana e i suoi colleghi del Piemonte, del Veneto e della Liguria, con la regia del Ministro Calderoli, intendano “tecnicamente” trovare qualche “escamotage” per far apparire che non si tratta di far transitare intere materie alle Regioni, ma solo “funzioni”. Ma se tali “funzioni” rappresentano infine, se non la totalità, la quasi totalità di una materia importante, per esempio, come la sanità, ebbene, è chiaro a tutti che ci troviamo di fronte ad una grave violazione di quanto sancito dalla Corte Costituzionale. C’è di più: il ddl delega, approvato in Consiglio dei Ministri il 19 maggio e in attesa di passare al vaglio delle commissioni, che verte sulla determinazione (che è ben altro rispetto alla “garanzia”) dei livelli essenziali delle prestazioni (la condizione dalla quale il governo, aggirando ancora la sentenza della Corte, intende partire per inaugurare la stipula di intese tra Governo stesso e singole regioni, dando vita così all’autonomia differenziata), prevede lo spacchettamento delle “norme generali dell’istruzione”, una materia che la Corte aveva ammonito a maneggiare con estrema cura, individuando in sostanza però tutte le funzioni che la compongono: istruzione e organizzazione della rete scolastica; articolazione dei cicli scolastici; sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino a 6 anni; curricula e programmi di studi; valutazione, esami di Stato, formazione delle classi, reclutamento del personale scolastico, pluralismo, inclusione, diritto allo studio, edilizia scolastica, innovazione digitale, istruzione per gli adulti.
Noi che dal 2019 ci battiamo per il ritiro di “qualunque” applicazione dell’Autonomia differenziata ribadiamo la nostra netta avversione – nella difesa delle conquiste democratiche e sociali – a qualsiasi deroga al principio di uguaglianza, all’unità della Repubblica, al principio di solidarietà.
Ma a fronte di un atto così arrogante e grave come quello annunciato per la Lombardia – e, a seguire, da Piemonte, Veneto e Liguria – e alle affermazioni del presidente della regione Lazio, che si candida ad attuare l’AD 𝐥𝐚𝐧𝐜𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐥’𝐚𝐩𝐩𝐞𝐥𝐥𝐨: 𝐞̀ 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐞 𝐮𝐫𝐠𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐫𝐢𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐦𝐨𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐟𝐞𝐫𝐦𝐚𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐭𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨, 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐚𝐢 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞. 𝐈𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞̀ 𝐞𝐬𝐭𝐫𝐞𝐦𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐥𝐢𝐦𝐢𝐭𝐚𝐭𝐨.
Da parte nostra, rilanciamo con forza le Petizioni popolari ai Consigli Regionali e ai Presidenti di Lombardia, Piemonte, Campania e Lazio – cui presto seguiranno quelle di altre regioni – affinché abbandonino ogni richiesta di Intesa, come già fatto dall’Emilia-Romagna.
Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti



