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L’Italia non è abbastanza Perché tutti scappano

Lo scorso giovedì 8 febbraio si è tenuto, presso l’università Suor Orsola Benincasa di Napoli, un seminario dedicato ai saperi e competenze nell’ambito del turismo, ma già mentre lo scrivo mi rendo conto che definirlo così è piuttosto riduttivo.

Il Serendipity Lab è un progetto ampio, destinato a realizzarsi attraverso una serie di incontri, interessato a portare avanti conoscenza, innovazione e, cosa più importante, nuove idee.

Io all’inizio ero un po’ scettica, poichè pur avendo realizzato una start up dedicata al turismo, non capivo dove fosse la novità nell’andare a studiare in America e tornare con cervello incrementato al 1000%. E’ una cosa piuttosto normale.

Poi ho capito che non è solo il confronto con lo straniero e l’enormità dell’esperienza in terra sconosciuta a sviluppare quel 1000%, ma qualcosa di più, che in Italia non esiste.

Il primo ospite è stato Giancarlo Carniani, general manager di alcuni prestigiosi alberghi di Firenze e ideatore del BTO Buy Tourism OnLine su «Saperi e competenze per l’industria del Turismo nell’Italia 4.0, il quale è stato ammesso al corso di General Manager Hotel alla Cornell University, che conta ben 25000 studenti con una selezione durissima degli ammessi ai suoi corsi. Ma la Cornell è una garanzia, lo 0% dei suoi laureati resta disoccupato.

ll corso dura 15 giorni, ma la persona che arriva in aula il primo giorno non è quella che ne esce.

Se dovessi individuare le parole chiave del discorso tenuto da Giancarlo sulla sua esperienza, probabilmente direi: meritocrazia, intelligenza colletiva, approccio strategico e, perché no, interesse.

Sono tutte parole legate alla concezione del lavoro, non soltanto nel settore turistico ma in più ampia scala, a qualsiasi attività.

In particolare ho apprezzato il suo intervento sull’intelligenza collettiva, ovvero quella di lavorare in aula assieme agli altri colleghi proponendo e confrontando soluzioni diverse.

La produttività del singolo non è messa in dubbio, ma non è paragonabile scientificamente ai risultati che si raggiungono quando più menti elaborano un sistema risolutivo per qualsiasi cosa.

Questa è una cosa che un po’ il nostro ego, un po’ la nostra educazione, ci bloccano dal fare.

L’approccio strategico riguarda il rapporto che in un’aula di studio si instaura tra il docente, i suoi allievi e tra gli allievi stessi. Giancarlo ci ha tenuto a sottolineare che l’insegnate non aveva alcun interesse a porsi al di sopra dei suoi studenti, ma anzi li trattava come suoi pari, o ancora di più, come se tutti fossero già leader.

Questo serviva a instaurare più che una gerarchia triangolare, un sistema circolare che non semplificasse le questioni ad essere unicamente giuste o sbagliate, ma semplicemente a abituasse ad accettare prospettive differenti.

Durante la lezione sull’Etica tenuta alla Cornell, una serie di situazioni delicate viene posta di fronte agli studenti, che devono trovare una soluzione. Alla fine il docente non ne individua una più giusta delle altre, ma mette per tutti in luce alcuni punti che gli attendenti non avevano considerato. E così per ogni lezione, per ogni sfida.

Questo perché far aprire gli occhi sui propri limiti e non imporre metodi universali dovrebbe essere lo scopo di ogni insegnate, in una prospettiva dove la diversità delle idee è un valore aggiunto e non un problema.

Ci tengo a soffermarmi sull’interesse, che è l’ultimo punto.

Partiamo da questo esperimento: ad una serie di lavoratori è stato chiesto di mettere in ordine, dato un elenco, le caratteristiche necessarie secondo loro per il lavoro perfetto (opportunità, interesse, stipendio, sicurezza, fedeltà, etc…). Lo stesso elenco è stato dato agli studenti del corso di Giancarlo, chiedendo loro di ipotizzare le risposte dei lavoratori.

I futuri dirigenti non hanno quasi considerato quello che i lavoratori hanno ivece messo al primo posto: un lavoro interessante.

Oggi la ricerca stimoli, novità, sfide è quasi spaspmodica, e il lavoro deve seguire velocemente le esigenze dei lavoratori del futuro, dei millenians. Il lavoro fisso e stabile cederà il posto alla necessità e alla possibilità di cambiare, continuamente, di coinvolgersi nelle proprie passioni e abbandonare la monotonia fino a trovare la propria via, il grande progetto.

Questo mi porta al secondo intervento del Serendipity lab, ovvero quello di Mirko Lalli.

Founder e CEO di Travel Appeal, da 15 anni nel settore del marketing e dell’innovazione digitale come consulente e formatore, non tutti sanno che per dare vita al suo progetto, Mirko ha rinunciato al posto fisso e ad un lavoro stabile, perché “Forse lo avevo già capito che il segreto è che ti deve piacere quello che fai”.

Ebbene nella Silicon Valley, nel campus della NASA c’è un’università, la Singularity, di cui vi consiglio di visitare il sito per rendervi conto.

Il corso che ha seguito Mirko si chiama Executive Program, dura una settimana, ha un’organizzazione rigidissima e mostra agli studenti prospettive di innovazione straordinarie.

Ciò che mi ha stupito è stato nuovamente l’approccio allo studio e agli studenti.

Il progetto educativo, infatti, è stato presentato a Mirko in questo modo:

1. E’ complicato.

2. Cancella tutto quello che sapevi finora .

3. Agisci, non provare.

4. Crea legami (concetto di intelligenza collettiva di prima).

5, Le abitudini richiedono tempo.

6. Don’t panic.

Tutto ciò che noi consideriamo fantascenza, dall’altra parte del mondo è realtà.



Il futuro esiste già, solo che non è ugualmente distribuito. Microchip, robot coscienti, quotidianità automatizzata e chi più ne ha più ne metta fanno parte di un processo che nessun uomo può fermare, può però sfruttarlo e prenderne parte attiva.

Veniamo a noi.

Ho raccontato quello che ho ascoltato il più brevemente possibile, per poter arrivare ad invitarvi ad un confronto con la realtà che viviamo in Italia.

Il paese con una delle più alte affluenze turistiche non ha neanche un’accademia o un indirizzo universitario specifico per futuri dirigenti dell’ambito.

Il paese con una delle culture più vaste al mondo utilizza metodi di insegnamento obsoleti che limitano le potenzialità degli studenti, dalle elementari fino alle università.

Ora, a parte definire l’italia come uno studente ‘intelligente ma che non si impegna’ che lo sappiamo tutti, voglio porre l’attenzione sul vero problema.

L’interscambio con altre culture è un valore aggiunto fondamentale, ma perchè così pochi studenti stranieri sono attratti dall’Italia? Perché noi, in quindici giorni all’estero, vediamo il futuro e la bellavita e l’organizzazione perfetta, e chi viene qua trova solo quello che trova?

Dove stanno, in questo paese che tanto si vanta della sua bellezza e della sua cultura, la meritocrazia, l’intelligenza colletiva, l’approccio strategico e l’interesse?

Perché l’Italia non può essere la patria dove si incrementa quel 1000% del cervello, negli infiniti campi in cui questa eccelle?

In conclusione, il seminario è diventato uno spunto di riflessione e di critica, che deve far pensare che ciò che è sempre stato così, come l’arretratezza dell’Italia, non è detto che non possa cambiare.

La fantascienza di dieci anni fa oggi è realtà, la fantascienza di oggi sarà realtà tra cinque anni, e così sempre più avanti, e quello che non cambia, come insegna la scienza, alla fine muore.

 

Claudia Neri

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